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Il Chelsea ferma il Barca: 1-0 per i blues

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Traditi dal Profeta. Lasciati a terra da Leo Messi, da una sua leggerezza in mezzo al campo. Il Barcellona se ne va da Londra sconfitto, battuto dal calcio solido, pratico e vincente di Roberto Di Matteo lo straordinario Normal One del calcio europeo. Fin dove lo può portare questo Chelsea, trasformato in quaranta giorni da sgangherata banda senza senso a inarrestabile macchina da guerra? Forse non basterà l’1-0 per prendersi la finale. Forse. Ma chi se la dimenitca più una notte così? E chi lo spiega adesso a Roman Abramovich che il suo esodato è capace di mettere in gabbia il genio spagnolo della panchina? Neppure Hiddink c’era riuscito. Questa volta Didier Drogba non ha bisogno di gridare la sua rabbia contro l’arbitro. Non c’è un fischietto norvegese da insultare per una partita rovinata da una direzione delirante. Non è la semifinale del 2009 quando si scagliò contro il disorientato Ovrebo urlandogli «bastardo fottuto» mentre il Barcellona volava in finale.
Questa volta il mondo si gira dalla sua parte all’improvviso, quando alla fine del primo tempo mancano dieci secondi e il dio del pallone, la Pulce argentina, lascia inciampare il suo talento a centrocampo come un dilettante di periferia. Lampard la gira sulla fascia per Ramires. Traversone in mezzo e tombola. Tre passaggi, come avrebbero fatto loro, i favolosi avversari. L’ivoriano è un toro incattivito che butta dalle narici una schiuma bollente dopo quarantacinque minuti di lotta contro Puyol. Sono tre anni che aspetta questo momento. Non lo spreca. Carica il sinistro e calcia. Non bene, ma quanto basta per superare Valdes. Stamford Bridge in deliro, Drogba scivola pregando verso la bandierina. «L’ho fatto io». Si mette ingiustamente bene. Il tabellone luminoso restituisce i numeri che sintetizzano metà gara. Possesso palla: Barcellona 70%, Chelsea 30%. Tiri in porta: Barcellona 3, Chelsea 1, il gol. Tiri complessivi: 7 a 2 per i catalani. Che con Sanchez prendono anche la traversa dopo sette minuti e non passano in vantaggio solo perché Cole salva sulla linea un pallonetto di Fabregas. Gli spagnoli giocano, gli inglesi stanno in trincea. «La cosa più rischiosa nel calcio è non prendere rischi» aveva detto Guardiola prima della gara. L’italiano senza pedigree gli ricaccia le parole in gola. Con spietata gentilezza. «Ora abbiamo il 50% a testa».

I Blues sono prudentissimi. Quattro dietro, cinque in mezzo, Drogba da solo a intercettare i rari lanci lunghi, costretto a correre come un cavallo cieco in attesa della stella cometa. Ma è bravissimo a ibernare la sua rabbia in attesa dell’attimo della felicità. Il Barça è sempre quello, ricchissimo eppure avaro, con una piccola modifica. Difesa a tre, perché contro un avversario barricato un quarto difensore sarebbe uno spreco. Xavi dà il ritmo, Iniesta lo appoggia a sinistra, Messi terrorizza Ivanovic e Cahill innescando Sanchez e Fabregas e anche un gigantesco John Terry fa fatica a inseguirlo con i suoi piedi lunghi da uccello di fiume che circola di sasso in sasso con maestosa gravità. Eppure basta a fare bingo. Il Barcellona dà l’assalto nella ripresa. Sedici tiri contro zero e un palo di Pedro al 93’. Al triplice fischio Messi si prende la testa tra le mani senza riuscire a nascondere la frustrazione. Al Barça non è bastato affidarsi al suo talento concavo come una culla per lasciare riposare le sue angosce. E mentre Guardiola se ne va con l’amarezza di chi ha visto marcire i propri sogni come vampiri all’alba, l’italiano venuto dal nulla fa finta che il merito non sia suo, esaltando le virtù dei suoi con un’estasi da miracolato.


 

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