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Il Pagellone Finale Dei Mondiali

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10 – Spagna
Non si può ignorare il risultato del campo. La Spagna ha vinto con un pizzico di fortuna, ma sfido chiunque a non trovare una vincitrice che non abbia sfruttato i favori della Dea Bendata. Dalla loro le Furie Rosse hanno avuto il collettivo. Il miglior portiere del torneo, forse il migliore al mondo. Una difesa solida (solo due reti prese, come l’Italia quattro anni fa). Un centrocampo bello da morire,

 con Del Bosque che si è potuto godere la compagnia di Fabregas in panchina. Un Villa fenomenale uomo-gol, anche se nelle ultime due gare ha pagato una posizione a lui non congeniale. E appunto Del Bosque, che ha avuto il merito maggiore nel non voler snaturare la squadra che due anni fa si era issata meritatamente sul trono d’Europa. L’ha ammesso candidamente che questa vittoria era il frutto del lavoro del suo predecessore, Aragones. Un tocco di modestia tipico di un sapiente gestore di uomini che a Madrid ancora rimpiangono.

9 – Diego Forlan
Votato a sorpresa miglior giocatore del torneo. Per una volta il premio della Fifa non guarda all’appeal pubblicitario dei candidati, ma all’effettiva influenza sulle sorti della squadra. Certo, l’Uruguay di Forlan è arrivato “soltanto” quarto e l’attaccante dell’Atletico Madrid ha fatto meno assist del bravissimo Muller vedendosi così sfuggire il titolo di capocannoniere, ma nessuno può mettere in dubbio la sua figura di vero e proprio uomo-squadra. Si è saputo sacrificare in posizione arretrata per favorire gli inserimenti di Cavani e Suarez, che partivano larghi. A chi è amante di storia del calcio viene in mente Nandor Hidegkuti, rivoluzionario centravanti arretrato della grande Ungheria degli anni Cinquanta. Nel calcio ormai non si inventa nulla, ma Tabarez da buon maestro ha saputo far buon uso degli insegnamenti del passato.

8 – Sudafrica
Nei mesi che hanno preceduti l’inizio del mondiale i mezzi di informazione dipingevano il Paese quasi in stato di guerra, con tanto di rivolte della popolazione nera quasi inevitabili. Non è successo nulla di tutto ciò. Organizzazione perfetta, stadi eccellenti e avveniristici. Clima di festa sugli spalti anche se per la prima volta la nazionale di casa ha lasciato il palcoscenico al primo turno. Bellissima la cerimonia inaugurale e simbolica quella di chiusura, prima della finale, con tanto di passerella di Madiba, al secolo Nelson Mandela, che per motivi di salute non ha potuto assistere alla gara. Unica pecca, non so quanto imputabile all’organizzazione e quanto alla Fifa, la scelta della premiazione sul palco. Avrei personalmente preferito vederla sul terreno di gioco, come quattro anni fa.

7 – Ghana
Ha tenuto alto l’onore del calcio africano e l’ha fatto alla grande. Mai nessuna squadra del Continente Nero era arrivata tanto vicina alla semifinale. Vicina pochi centimetri, quelli che potevano trasformare il rigore di Asamoah Gyan da incubo a sogno. Al di là della gara contro l’Uruguay, comunque, le Black Stars hanno mostrato nel corso del torneo di meritare il titolo di reginetta d’Africa. Un calcio totale reinventato assecondando l’istintività dei calciatori, con tanti giovani messi in mostra e pronti per farsi onore in Europa. Da Kevin Prince Boateng ad André Ayew, da Jonathan Mensah a Samuel Inkoom. Complimenti al C.T. serbo Milovan Rajevac, ennesimo tecnico straniero andato ad insegnare calcio nella speranza che un giorno anche un’africana riesca a sedersi al tavolo dei grandi.

6 – Le Vuvuzelas
Sulla bocca di tutti, metaforicamente e non, nella prima parte del torneo. Il suo impatto sui timpani degli spettatori è andato calando a mano a mano che ci si avvicinava all’atto conclusivo, tanto da guadagnarsi la sufficienza. Alla fine il mondiale si ricorda anche per queste cose e se pensiamo che quattro anni fa le vuvuzelas avrebbero potuto annullare il Popopopopopo non ci sentiamo di condannarle senza attenuanti. Un 6 anche al polpo Paul. Lui merita un bel 9, ma va fatta la media col 3 ai giornalisti che non hanno trovato di meglio che trasformarlo nel protagonista dell’ultima fase del torneo con tanto di ormai abusato: “C’è un pizzico di Italia, ancora, in questo mondiale”.

5 – Diego Armando Maradona
Fino ai quarti è stato il protagonista principe. Più dei calciatori, tra i quali si comincia a capire che non è così semplice trovarne uno al suo livello. Ci ha provato, fallendo, Messi, alla fine consolato dal suo idolo nonché allenatore. Proprio da allenatore, però, Diego ha rovinato tutto. Certo, l’Argentina non era una squadra all’altezza delle migliori, nonostante il super reparto d’attacco, basta ricordare che al suo arrivo, a qualificazioni in corso, l’Albiceleste non era certo sicura del posto in Sudafrica. El Pibe ha pagato la scelta di trascurare completamente la fase difensiva e, visto anche il successo finale della Spagna, si è visto come le vittorie nascano ormai dal prendere un gol meno dell’avversario.

4 – Felipe Melo
Simbolo di un Brasile poco amato dai Brasiliani perché impostato più per non prenderle che per darle. Alla fine, forse non casualmente, è proprio lui a far naufragare il progetto di Dunga. Già nelle gare precedenti era parso nervoso, complice anche la stagione disastrosa alla Juventus, ma contro l’Olanda compie il capolavoro all’incontrario. Devia nella propria porta il tiro-cross di Sneijder, si dimentica l’interista in piena area di porta nell’azione del 2-1 e lascia i suoi compagni in inferiorità numerica con un intervento brutale e gratuito su Robben. Al ritorno in patria ha bisogno della scorta per lasciare l’aeroporto. Rivederlo in maglia auriverde sarà molto difficile.

3 – Inghilterra
Mai come quest’anno l’Inghilterra era sbarcata alla fase finale convinta di poter quantomeno accomodarsi tra le prime quattro. I proclami di un Capello solitamente attento ad evitare facili entusiasmi avevano fatto salire alle stelle l’ottimismo sull’isola. Ottimismo presto crollato di fronte a prestazioni scialbe, con portieri non all’altezza, difensori in bambola, centrocampisti fisicamente a terra e ad un Rooney irriconoscibile. Alla fine il tecnico friulano ha conservato il posto, non si sa se per sincera fiducia nei suoi mezzi o per il peso del suo ingaggio.

2 – Jabulani
Ad ogni mondiale il pallone ufficiale tocca sempre livelli più estremi in fatto di imprevedibilità nelle traiettorie rendendolo odioso ai portieri. Lo Jabulani, ultimo “gioiello” dell’Adidas ha stupito tutti e messo d’accordo portieri ed attaccanti. Ingestibile per chiunque tentasse un controllo o una presa. Sensibile al minimo soffio di vento. Unici in grado di controllarlo sulle punizioni sono stati i giapponesi e Forlan, che dunque si merita ancor più il Pallone d’Oro del torneo.

1 – Italia
Anche la Francia ha lasciato il Sudafrica con le ossa rotte e dilaniata da lotte intestine. Ma anche se il mal comune è un mezzo gaudio non si può non assegnare le orecchie d’asino alla nostra spedizione. Sbarcati da campioni del mondo, abbiamo lasciato la scena da ultimi nel girone più agevole della prima fase. Battuti dalla modesta Slovacchia e incapaci di superare i carneadi neozelandesi, gli azzurri si sono lasciati alle spalle un’immagine di decadenza che ora sarà difficile da cancellare. Una squadra vecchiotta, ringiovanita da elementi di scarso spessore tecnico e priva di un minimo barlume di fantasia. L’attaccante più in forma lasciato in panchina fino all’ultima mezzora e una difesa che ha fatto acqua da tutte le parti con Cannavaro che da “Muro di Berlino” si è presto trasformato in comoda via di transito aperta a tutti. Le colpe maggiori sono di Lippi e di chi l’ha scelto, ma anche in questa occasione il “chi è senza peccato scagli la prima pietra” resta valido.

 

 

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